Secondo Francesco Lami, ricercatore all'Università di Bologna, il contrasto tra natura e agricoltura può essere gestito con una prospettiva agroecologica e scientifica che guarda ai campi come ecosistemi complessi. Nel suo saggio Agroecologia (Il Mulino, 2026) Lami propone una "terza via" che evita gli estremismi ideologici e utilizza conoscenze e tecnologie per deintensificare le produzioni senza perdere produttività. La ricerca scientifica è il faro, afferma l'autore, perché permette di progettare pratiche che puntano sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici piuttosto che su soluzioni aprioristiche. Il suo intervento sarà presentato al Festival Green&Blue, dove discuterà strumenti pratici per rendere i paesaggi agricoli più resilienti e produttivi nel medio-lungo periodo.
Consociazioni e la tradizione delle "tre sorelle"
Lami indica nella diversificazione delle colture una delle leve più efficaci per ridurre vulnerabilità e pressioni fitosanitarie: le monocolture semplificano gli habitat e favoriscono l'esplosione di parassiti specialistici. Un'alternativa praticabile è l'intercropping, cioè la consociazione di specie complementari che ricostituisce parte della complessità ecologica perduta nei paesaggi agricoli intensivi. Il modello tradizionale delle "tre sorelle" — mais, fagiolo e zucca — viene citato come esempio funzionale di come piante diverse possano cooperare migliorando fertilità, controllo delle infestanti e ritenzione idrica.
1. Mais: offre struttura verticale e occupa la nicchia fisica superiore.
2. Fagiolo: fissa l'azoto e arricchisce il suolo.
3. Zucca: copre il suolo, conserva l'umidità e sopprime le infestanti.
La diffusione su larga scala di queste pratiche incontra ostacoli tecnici, in particolare legati alla meccanizzazione specializzata delle filiere intensive, ma Lami sottolinea che in contesti regionali e aziendali con scelte colturali mirate la diversificazione porta benefici misurabili in termini di stabilità delle rese e riduzione dell'uso di input chimici.
Lotta biologica: opportunità e rischi
Un altro capitolo del saggio è dedicato alla lotta biologica: introdurre o favorire predatori naturali può abbassare la pressione dei fitofagi, ma l'efficacia dipende dalla provenienza e dall'ecologia degli organismi coinvolti. Supportare habitat che favoriscano insetti autoctoni è una strategia a basso rischio, mentre l'importazione di specie esotiche ha mostrato impatti negativi in diversi casi a livello globale. L'esempio citato da Lami è quello della coccinella asiatica, il cui ingresso in vari continenti ha alterato dinamiche locali e contribuito al declino delle specie autoctone.
Per favorire controllo biologico e resilienza è consigliabile intervenire su gestione colturale e paesaggio con misure pratiche ed efficaci:
1. Ripristinare e mantenere siepi, fasce ripariali e habitat seminaturali attorno ai campi.
2. Impiegare colture di copertura e rotazioni che sostengano popolazioni di insetti utili.
3. Ridurre l'uso di insetticidi generalisti e privilegiare strumenti mirati di controllo integrato.
Queste misure producono un effetto causa-effetto diretto: aumentando l'eterogeneità dell'habitat si favoriscono predatori e parassitoidi che riducono le popolazioni di fitofagi, con la conseguente diminuzione della dipendenza dagli agrofarmaci.
Lami affronta inoltre il tema degli allevamenti, richiamando la necessità di valutazioni bilanciate: la zootecnia contribuisce alle emissioni di gas climalteranti e alla conversione di ecosistemi, ma un pascolo gestito in modo sostenibile può mantenere praterie e biodiversità che altrimenti verrebbero perse. Studi stimano che l'intera filiera zootecnica sia responsabile di una quota significativa delle emissioni globali; per questo motivo è necessario combinare riduzione delle produzioni intensificanti, miglioramento delle pratiche zootecniche e cambiamento dei modelli di consumo.
Un punto cruciale per Lami è l'inefficienza della catena alimentare: Circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale viene perso o sprecato lungo filiere e mercati, e questo dato apre uno spazio strategico per ridurre la necessità di espandere ulteriormente la produzione. Agire su riduzione degli sprechi, ottimizzazione delle filiere e migliori pratiche di conservazione e distribuzione può ridurre la pressione su terra, acqua e clima.
Tra gli strumenti per tradurre i principi agroecologici in pratiche scalabili Lami segnala l'importanza di tecnologie mirate: agricoltura di precisione per dosaggi localizzati, miglioramento genetico orientato a resilienza e non solo a massima resa, e piattaforme di monitoraggio biologico che permettono interventi preventivi. L'obiettivo non è tecnologofilia o tecnofobia, ma usare la tecnologia per trasferire produttività verso sistemi meno intensivi e più resilienti.
Lami conclude nelle sue argomentazioni che il nodo politico ed economico è ripensare filiere e consumi: deintensificare dove possibile, incentivare servizi ecosistemici nelle pratiche agricole e ridurre sprechi nella distribuzione sono misure che, insieme, possono rendere sostenibile la produzione alimentare delle prossime decadi. Al Festival Green&Blue l'autore discuterà esempi di progetti regionali e di ricerca che stanno già testando queste soluzioni sul campo, invitando ricercatori, agricoltori e decisori a collaborare per trasformare conoscenze in pratiche misurabili.
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