Secondo Domenico Bomba, presidente regionale di Cia, in occasione del Primo Maggio 2026 la provincia di Chieti e quella di Pescara stanno affrontando una crisi occupazionale che mette a repentaglio la continuità produttiva delle aziende agricole; la realtà descritta dall'associazione segnala una carenza strutturale di manodopera che non è più episodica ma radicata. Le difficoltà di reperire personale qualificato riguardano coltivazioni stagionali e attività continuative nelle aree interne, con ripercussioni immediate sulla programmazione delle semine e sui piani di raccolta. Cia invita a considerare il lavoro agricolo come un presidio economico e sociale essenziale per l'Abruzzo e chiede risposte tempestive da amministrazioni e istituzioni locali. Il messaggio dell'associazione, ribadito il Primo Maggio 2026, mette in relazione diretta la carenza di manodopera con il rischio di abbandono di coltivazioni e strutture produttive.
La mancanza di operai e tecnici specializzati obbliga molte imprese a rinunciare a investimenti già pianificati, dall'ampliamento delle superfici coltivate alla realizzazione di nuovi impianti e serre; questo frena la transizione verso pratiche più sostenibili e l'adozione di tecnologie di precisione. Accanto a questi effetti economici si registra un fenomeno demografico: l'invecchiamento della forza lavoro italiana nelle campagne complica il ricambio generazionale e aumenta la vulnerabilità delle filiere. Le aziende segnalano problematiche pratiche come la difficoltà di programmare stagioni lavorative e l'aumento dei costi legati all'affitto di manodopera esterna o all'uso temporaneo di servizi di intermediazione. Senza stabilità occupazionale diventa più rischioso avviare progetti che richiedono continuità tecnica e know-how sul territorio.
Le misure finora adottate, secondo Cia Chieti-Pescara, risultano parziali e non ancora adeguate alla portata del problema: i percorsi formativi rivolti ai giovani e le iniziative di orientamento rappresentano passi importanti ma insufficienti a garantire inserimenti stabili e competenze operative durature. A complicare il quadro permangono ritardi e rigidità burocratiche che incidono sui tempi di ingresso di lavoratori stranieri utili alle campagne stagionali; le discrepanze tra richieste aziendali e arrivo effettivo dei lavoratori aggravano la perdita di produttività in fasi critiche. Cia sottolinea l'esigenza di allineare procedure amministrative ai tempi dell'agricoltura e di promuovere contratti e forme di lavoro che incentivino la permanenza nelle imprese.
Sul fronte degli strumenti pubblici, l'associazione valuta positivamente il nuovo bando regionale per il primo insediamento dei giovani agricoltori ma mette in guardia sul fatto che il sostegno iniziale non garantisce da solo la permanenza nel settore; serve una strategia integrata che vada oltre il contributo iniziale e favorisca la costruzione di un percorso professionale sostenibile nel medio-lungo periodo. Cia evidenzia come la disponibilità di risorse sia utile solo se accompagnata da servizi territoriali, accesso al credito e politiche territoriali che riducano il gap tra aree interne e centri urbani. Per rendere il mestiere agricolo attrattivo è necessario intervenire anche su aspetti non strettamente produttivi, come alloggi, servizi sanitari e formazione continua.
Per affrontare la crisi del lavoro in agricoltura Cia Chieti-Pescara propone azioni concrete e coordinate tra istituzioni, imprenditori e mondo della formazione; le priorità indicate dall'associazione possono essere sintetizzate in tre linee d'intervento operative. 1. Snellimento delle procedure amministrative e accelerazione dei tempi del decreto flussi per garantire arrivi coerenti con i picchi produttivi. 2. Incentivi per contratti a lungo termine e misure fiscali che favoriscano stabilità occupazionale e creazione di posti di lavoro continuativi. 3. Programmi integrati di formazione duale, tutoraggio aziendale e servizi di supporto nelle aree interne per trattenere i giovani e trasferire competenze.
Domenico Bomba richiama l'attenzione delle istituzioni su un punto cruciale: un giovane sceglie di restare in agricoltura non per un contributo una tantum ma per la possibilità di costruire un progetto di vita sostenibile e remunerativo; per questo motivo Cia chiede che le politiche pubbliche siano misurate sulla capacità di favorire percorsi di stabilità e crescita aziendale. Il rischio, ammonisce l'associazione, è quello di disperdere un patrimonio produttivo e sociale che rappresenta una risorsa per la resilienza territoriale e per la sicurezza alimentare locale, se non si interviene con strumenti coerenti e tempestivi
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